Gli Ellebori
Ellebori, al plurale poiché nelle nostre zone ne esistono di due tipi, l’Elleboro nero, più raro, che produce dei fiori bianchissimi e l’Elleboro verde molto diffuso. Ma il più famoso è sicuramente il primo, quello che a dispetto del nome, Helleborus nigrum, è appunto noto per i suoi grandi e candidi fiori bianchi che sbocciano in inverno, periodo in cui di fioriture ce ne sono poche ed è per questo che è chiamato anche Rosa di Natale o, nei paesi nordici, Fiore della Neve. Nel presente sembra che sia quella sua caratteristica della fioritura quasi solitaria a renderla nota e ricercata, un tempo era invece conosciutissima e molto utilizzata per curare. A noi moderni abituati a pillole o punture, sembra impossibile che nel passato le piante avessero una fama così rilevante, ma forse dovremmo rivalutare il mondo vegetale e riscoprirne le innumerevoli doti positive che ancora possono tornarci utili.
Per una leggenda che si perde nella notte dei tempi sembra che l’Elleboro nero fosse molto usato nei riti di guarigione dalle cosiddette streghe, che poi erano semplicemente le donne dedite alla cura nei villaggi di campagna e di montagna, poiché tramite questa pianta si chiedeva protezione dagli spiriti maligni o anche per avere visioni durante le cerimonie magiche.Va specificato che si tratta di una specie piuttosto velenosa e che può portare anche alla morte, ma nonostante questo aspetto tutt’altro che trascurabile, nella medicina greca era molto conosciuta ed usato anche per provocare il vomito, ma i medici di allora dovevano essere molto abili nel capire quando dare al paziente l’antidoto affinché la purificazione attraverso l’espulsione non si tramutasse in morte.
Ma la fama dell’Elleboro era legata soprattutto alla sua presunta capacità di curare la pazzia in modo quasi miracoloso. L’uso dell’Elleboro per contrastare e vincere la pazzia viene attribuita dall’indovino greco Melampo di Argo che riuscì a guarire le figlie del re Preto che, forse vittime di un incantesimo, erano uscite di senno e si credevano e comportavano come delle mucche.
Melampo sarebbe riuscito, grazie all’Elleboro, a liberarle entrambe dalla pazzia sposandone poi una e divenendo re di Argo. La fama di tale terapia fu tale che la pianta venne chiamata Melampodium e usata per secoli in tutto il mondo antico. La credenza di allora era che la capacità di indurre un potente vomito e anche un continuo starnutire, facesse uscire dal corpo la pazzia e gli spiriti malvagi che l’avevano provocata. Nelle leggende si afferma che perfino il semidio Eracle, che i romani conoscevano e onoravano come Ercole, fosse stato salvato dalla pazzia con una cura a base di questa pianta. L’Elleboro divenne così famoso che entrò anche nel parlare comune e dire a qualcuno “..tu hai bisogno dell’Elleboro!” significava dargli del matto. Inoltre fu molto decantato e usato attorno al 400 a.C dal grande medico greco Ippocrate, considerato non un mago o un superstizioso praticone ma uno dei fondatori della medicina moderna, tanto che fino all’800 la pianta, conosciuta ancora come Radice di Ippocrate, era ampiamente utilizzata, sebbene se ne raccomandasse grande cautela a causa della sua tossicità.

L’Elleboro era molto usato anche per gli animali, come cura per la scabbia o per eliminare le pulci. Inoltre si foravano le loro orecchie e nel foro veniva collocata una radice, ritenendo così di difenderli dal morso dei serpenti. Lo scienziato romano Plinio, nella sua Storia Naturalis consigliava di inserirne la radice tra la pelle e la carne per proteggere gli umani da ogni forma di contagio.L’Elleboro verde, Helleborus viridis, ha le stesse proprietà del suo simile nigrum, ma più attenuate, anche se questo non basta a spiegare la sua fama molto minore, sebbene sia molto più diffuso. In ogni caso anche esso contiene la sostanza chiamata elleborina, che però, oltre ad essere velenosa, veniva usata per curare il cuore e come protezione dagli infarti.La scoperta di nuove cure meno problematiche e soprattutto la produzione di farmaci di sintesi provocò l’abbandono dell’uso di queste terapie anche efficaci ma piuttosto pericolose.E così la fama della Radice di Ippocrate finì nel dimenticatoio e per noi ora l’Elleboro Nero, cioè la Rosa di Natale è solo una pianticella dai bei fiori bianchi, facilmente reperibile nei vivai e dai fioristi, da regalare in inverno quando è in fioritura, mentre l’Elleboro verde è conosciuto da pochi, ma guardatelo bene quando lo troverete nei boschi collinari o in montagna, oltre al bel colore verde brillante, da cui l’appellativo di viridis, e capirete che è una pianta tutt’altro che banale, ma ha un carattere ben definito.
L’invito è che vale la pena di prendere in considerazione le storie millenarie che le piante delle nostre terre si portano dietro, storie che non sono state del tutto dimenticate e che, riscoprendole, ci fanno vedere questi viventi vegetali sotto una luce nuova, restituendo ad essi tutta l’importanza e il rispetto che veramente meritano.
Articolo a cura di Toio de Savorgnani
