Daphne mezereum: bella, strana e velenosa
All’inizio della primavera nei boschi tra i 500 e i 1800 metri di quota, soprattutto nei boschi di Castagno e Carpino alle quote più basse e di Faggio a quelle più elevate, quando il sottobosco inizia appena a fiorire ma appare ancora brullo e privo di foglie verdi, avviene un piccolo miracolo. Un cespuglio di medie dimensioni, alto tra i 30 e i 70 centimetri, con un fusto legnoso di colore scuro e apparentemente secco, ad un certo punto si riempie di piccoli fiori rosa acceso che spuntano direttamente dai rami spogli, senza alcuna foglia. È la Daphne mezereum, chiamata anche “fior di stecco” per questa caratteristica unica della fioritura che avviene prima dello sbocciare delle foglie. Sono fiori di piccole dimensioni, in apparenza non molto appariscenti, ma avvicinandosi la prima cosa che colpisce è sicuramente la loro bellezza, che se fossero molto più grandi sarebbe una pianta sicuramente più famosa e ricercata, e poi si avverte un intenso profumo. Ma la bellezza di questo gioiello vegetale non deve trarre in inganno: la Daphne è una pianta molto velenosa, e infatti il suo nome scientifico di specie “mezereum” deriva dall’arabo mazzerium da cui proviene la nostra parola “ammazzare”. Dopo la bella e appariscente fioritura compaiono le foglie lanceolate che ricordano un po’ quelle dell’Alloro e i fiori si trasformano in bacche di un rosso corallo sgargiante. Possiamo pensare che sia un trucco per attirare gli uccelli, soprattutto tordi, che di queste bacche sono molto ghiotti, creature evidentemente immuni dal veleno che ucciderebbe gli umani. Sui pendii sassosi e le praterie alpine, fino ai 2.500 metri di quota, si possono trovare altri tipi di Daphne abbastanza simili ma di dimensioni minori come la Daphne cneorum o la Daphne striata, ugualmente belle e velenose.

Un altro dei nomi non scientifici della Daphne mezereum è “pepe di bosco”, infatti queste bacche essiccate erano spacciate per pepe, sopratutto nel periodo di guerra, quando la spezia esotica era difficile da trovare e venivano proposte al mercato nero. Probabilmente molte persone sono decedute a causa della mancanza di scrupoli di chi non esitava a vendere, anche a caro prezzo, un condimento velenoso causando così sofferenza e morte. Il grande naturalista svedese Carl von Linnè, in italiano tradotto con Linneo (1707 – 1778), inventore della classificazione scientifica moderna non solo della botanica ma anche di tutto il mondo vivente, nei suoi scritti cita il caso di una fantesca della sua famiglia, morta per aver mangiato 12 bacche di Daphne.
Invece il nome “Mezereum” fu usato per la prima volta dal medico, farmacista e botanico greco ma che operò a Roma, Dioscoride (40 d.C.-90 d. C.) per ricordare una leggenda greca. La ninfa Daphne, che in greco indica la pianta dell’Alloro (come la forma delle foglie del mezereum) era la figlia del dio Peneo e di lei si innamorò nientemeno che il famoso dio Apollo, figlio di Giove e una tra le dodici più importanti divinità dell’Olimpo. Daphne però non voleva unirsi al dio invaghitosi di lei e fuggì per evitarlo. Quando stava per essere catturata ella invocò il padre che per aiutarla nella fuga la trasformò in un albero di Alloro. Ma Apollo ne era veramente innamorato e assunse l’Alloro come sua pianta sacra, portandone sempre una corona di fronde sul capo.

Nella medicina popolare la Daphne era impiegata come estratto alcolico di uso esterno per curare i reumatismi, provocando però forte irritazione, prurito e vesciche. Le bacche erano ingerite come purgante ma il famoso botanico, medico e umanista rinascimentale Pier Andrea Mattioli (1501 -1578) parlando dell’errore di mangiare le bacche afferma che le “usano queste i villani per curarsi…non accorgendosi che spesso fanno cantare i preti e sonare le campane come assaissime volte ho udito io”, significando che questa terapia era errata ma molto seguita. Per un certo periodo si tentò di curare gotta e sifilide, ma il suo uso, ritenuto troppo pericoloso, fu del tutto abbandonato.
Ricordo un’escursione primaverile tra le colline di tanti anni fa, eravamo molto giovani e, forse parendoci impossibile che nel nostro addomesticato ambiente pedemontano ci potessero essere presenze così pericolose, io e altro partecipante, per fare gli spiritosi, raccogliemmo un rametto di Daphne in fiore e lo tenemmo per un po’ in bocca. Fu sufficiente per passare una brutta settimana, con forte prurito su tutto il corpo e problemi di stomaco: decisamente una bella lezione!
Nella medicina omeopatica, seguendo il principio che sta alla sua base per cui “il simile cura il simile”, siccome questa pianta provoca irritazione, pruriti, infiammazioni alla pelle e alle mucose, essa viene usata, diluita e dinamizzata (quindi eliminando con questi trattamenti gli effetti negativi del veleno), per curare proprio le infiammazioni cutanee e ossee, con risultati diversi alle varie diluizioni: alla 5 CH per le dermatiti localizzate, alla 9CH per le infiammazioni più gravi e alla 15 – 30 CH per le sinusiti mascellari acute e croniche e i dolori ossei anche acuti. Quindi in omeopatia anche le sostanze velenose in situazione di normalità, diluite e dinamizzate, diventano medicina.
Articolo a cura di Toio de Savorgnani