Aprile: Salice

"Il salice si inclina sull’acqua per raccontargli le storie del cielo."
Fabrizio Caramagna


Non si è sicuri dell’origine del nome Salice, che potrebbe derivare dal celtico sul-lis o sal-lis, ovvero vicino all’acqua poiché la maggior parte dei Salici ama questo elemento vitale, o anche dal latino salio salire, forse per la loro velocità di crescita. Di questo albero ne parlerebbe anche la Bibbia, quando ricorda la cattività degli ebrei: «… Lungo i fiumi di Babilonia, lì sedemmo e piangemmo… Ai Salici appendemmo le nostre cetre…». Anche se, i botanici moderni avrebbero poi specificato che si trattava di pioppi e non di salici, nonostante appartengano entrambi alla stessa Famiglia delle Salicaceae. Forse il Salice più noto e appariscente è il Salice piangente o Salix babilonica, che cresce spesso lungo i corsi d’acqua e ha lunghi rami flessuosi e ricadenti. Ancora una volta, però, il suo nome trae in inganno. Infatti, non è originario del Medio Oriente ma della Cina, dove è simbolo di immortalità e della forza della vita, probabilmente perché basta tagliarne un ramo e conficcarlo in terra per farlo germogliare e diventare velocemente un nuovo albero. Chissà che il nome della città d’acqua Sacile, il Giardino della Serenissima, non derivi né da saccum insenatura, né da sacellum tempietto, ma sia piuttosto un anagramma o una distorsione proprio di Salice, pianta di cui la città è ricchissima.

Nel mondo esistono oltre trecento specie diverse di Salici, dei quali una trentina circa in Italia. Il suo legno, morbido e flessibile da vivo, diventa leggero ma duro e resistente da secco. Per queste caratteristiche fu molto usato come tutore per legare le viti o le piante dell’orto, oppure con i suoi rami ancora freschi si cerchiavano le botti in modo che, seccandosi e indurendosi, tenessero ben strette le doghe. Da tempi immemorabili i rami sottili vengono decorticati e utilizzati, con il nome di vimini, per intrecci di ogni genere, soprattutto cesti ma anche cappelli, stuoie e tanti altri oggetti. In particolare, questi rami dritti in dialetto erano detti sàche e i Salici utilizzati erano i sachèr, Salix viminalis, ai quali si praticavano delle potature molto energiche, le cosiddette capitozzature. 


Per molti secoli, già i romani lo facevano, gli alberi del Cadore, del Cansiglio e del Montello, dopo essere stati tagliati venivano versati nella Piave—un tempo tutti i fiumi avevano nomi femminili, come la Livenza, la Brenta e così via—dove erano legati tra di loro per assemblare delle grandi zattere per navigare più velocemente verso Venezia, nella Riva dee Zàtere. Qui erano portati all’Arsenàl, la grande fabbrica delle galere, per essere utilizzati. Per legare i tronchi si usava il nocciolo, il viburno o Viburnum lantana, pianta sacra nell’antichità, e i salici. Sopra le zattere si ponevano altre merci da trasportare a valle: travi squadrati, tavole, mole di pietra, ma anche passeggeri paganti. La Piave era l’autostrada del passato.


La corteccia è ricca di tannino, acido tannico, che era usata nella concia delle pelli. La corteccia dei rami ancora giovani e verdi e le foglie contengono la salicina che, se ingerita, viene trasformata all’interno del nostro corpo, prima in saligenina, e poi in una serie di altre sostanze, tra cui l’importante acido salicilico, quindi il principio attivo dell’Aspirina. Cioè i nostri antenati, molto probabilmente fin dalla preistoria, usavano il Salice per combattere la febbre, curare le ferite, l’artrosi e la gotta. 

A questo proposito è interessante notare come gli umani siano comparsi sulla Terra centinaia di migliaia di anni fa, ben dopo le piante, vecchie invece di centinaia di milioni di anni.

Perciò è l’uomo che si è adattato al mondo vegetale, evolvendosi in modo da poter usare un numero notevole di sostanze vegetali per nutrirsi, ma anche per curarsi. Nel nostro caso la saliva e gli acidi dell’apparato digerente trasformano fogli e corteccia del Salice in una importante medicina. Dovremmo ritornare ad avere più fiducia e rispetto dei vegetali, studiarli, utilizzarli meglio ed essere più riconoscenti verso questo mondo. Per noi è ancora in gran parte ignoto e potrebbe darci ben di più per cura e alimentazione. I Salici e i loro cugini Pioppi sono piante pioniere, cioè creature forti e adattabili, capaci di colonizzare nuovamente terreni resi sterili da frane o incendi, ma anche da attività umane. Sono piante importanti anche per le api e gli altri insetti impollinatori, poiché ricche di polline e nettare. Dal carbone di Salice si ricavavano inoltre dei carboncini da disegno.

Il legno di Salice, leggero e impermeabile, era usato per intagliarne zoccoli, ma anche per produrre strumenti musicali, come le casse armoniche di violoncelli e contrabbassi o parti dei violini.  I Salici sono molto usati, soprattutto in montagna, nelle opere di ripristino ambientale e di ingegneria naturalistica, per il consolidamento di versanti franosi. 


Ma se i Salici crescono bene in pianura, lungo fiumi e torrenti, se ne trovano anche in collina e montagna, per esempio il Salix Caprea. Proprio per la loro adattabilità alle condizioni climatiche più estreme, si sono adattati anche alle alte e altissime quote, diventando gli alberi più piccoli in assoluto. Così capita di trovare, anche a 2000 e fino a 3000 metri di quota dei Salici nani, con i fusti di 20 o 30 centimetri al massimo, Salix Retusa, o che crescono strisciando sul terreno addirittura nascondendosi sotto i muschi o le erbe alpine e sporgendo di pochi centimetri, Salix Reticulata, o con foglie di pochi millimetri, Salix Serpillifolia. Sono veri portenti della natura, lentissimi nella crescita, ma capaci di svolgere tutte le loro funzioni vitali stagionali in un tempo brevissimo. Così, se alle quote più alte la neve se ne va in giugno o anche in luglio, ma ritorna già a fine agosto o settembre, loro, i salici nani, in quel periodo riescono a maturare le gemme, far spuntare foglie e fiori che, fecondati, diventano frutti e semi da diffondere. Cioè quello che una pianta di pianura compie in un periodo tra i sei e i nove mesi, un Salice nano d’alta quota riesce a farlo in 60 giorni o poco più.

Come non essere coinvolti e impressionati da tanta forza, tenacia e voglia di vivere di tutti i Salici, capaci di sopravvivere dalle rive dei fiumi alle montagne più alte?

Non a caso il Fiore di Bach n. 38, Willow, è proprio il Salice, Salice piangente, che viene prescritto alle persone profondamente deluse, amareggiate dalla vita e prostrate dal senso della sconfitta, sempre pronte ad autocommiserarsi e giustificarsi. Attraverso il preparato ottenuto dai fiori, i pazienti ricevono in dono l’anima del Salice, cioè l’energia, la positività, il desiderio di reagire e affrontare le avversità, esterne e interne. 

Quanti regali preziosi possiamo ricevere dalla Natura. Dovremmo fidarci di più di Madre Terra e di tutto quello che contiene. Ci sono voluti miliardi di anni per arrivare alla situazione attuale e noi umani siamo convinti che in qualche secolo di scienza ‘moderna’ abbiamo già scoperto tutto o quasi. Un po’ di umiltà in più non ci farebbe male, anzi.

Per concludere, condividiamo uno sguardo del Salice nella poesia.

Alle fonti del Clitumno
di Giosuè Carducci

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte 

nume Clitumno! Sento in cuor l'antica

patria e aleggiarmi su l'accesa fronte

gl'itali iddii.

 

Chi l'ombre indusse del piangente salcio*

su' rivi sacri? ti rapisca il vento

de l'Apennino, o molle pianta, amore

d'umili tempi!


*
Nota: Salcio era un nome usato nel passato per indicare il Salice piangente.

Alle fronde dei salici
di Salvatore Quasimodo, 1946

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Sul lago a cui spesso andava
la figlia perduta
di Luciano Cecchinel, 1946

«Dolci sensi celati in chiara sera
fra franti pioppi e salici grondanti
entro il limbo intricato dei canneti,
lungo sciacquii di abbrividente luna

[…]

spiriti; per cui remoti vaghiamo
fra esausti salici e spirati pioppi
e inanimate stelle e nubi e siamo»

Articolo a cura di Toio de Savorgniani

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