Maggio: Faggio

 

Salendo dalla pianura, dopo aver attraversato le zone collinari, dove gli alberi  più comuni sono il Castagno o il Carpino, ci si avvicina alla montagna e i boschi cominciano ad essere dominati dal Faggio. Il Faggio si mescola poi con gli Abeti bianchi e rossi, fino a che, con l’aumento di quota, le conifere diventano gli alberi principali, culminando con il bosco di Larici. Diventano poi anche questi sempre più rari e inizia la montagna senza boschi con piante cespugliose come il Pino mugo e il Rododendro per incontrare successivamente solo rocce e praterie fino ad arrivare alle cime. 

Questa è più o meno la normale distribuzione della vegetazione, ma la vicina foresta del  Cansiglio, la “nostra” montagna, non rispetta questa regola e presenta un’anomalia che l’ha resa famosa: l’inversione vegetazionale. Rispetto alla vegetazione comune il Cansiglio è una montagna rovesciata, dove sulla piana si trovano le praterie, quelle che dovrebbero comparire quando il bosco si dirada e sparisce, come sul Monte Cavallo. Attorno ai prati pascoli della piana, quasi come una cintura, si può infatti vedere la fascia verde scuro degli abeti rossi, che dovrebbero stare in alto, e solo sopra gli abeti, il bosco di faggio.

A che cosa è dovuta questa situazione capovolta? Da che cosa è provocata? La causa è l’inversione termica: nella grande conca l’aria fredda, sopratutto notturna, ristagna in basso, mentre l’aria più temperata sta in alto, un’eccezione alla regola per cui salendo di quota la temperatura si abbassa. La differenza può essere molto importante, soprattutto in inverno, quando sulla piana la temperatura minima supera i 20 °C sotto zero e può arrivare a meno 30°C, mentre sulle cime circostanti non supera i -10°C. Si dice che parecchie decine di anni fa la minima sia stata di quasi -40°C, un freddo siberiano che risparmiava gli abeti, più abituati ai grandi geli, ma faceva spaccare i poveri faggi, alberi di temperature più miti. 

In Cansiglio il Faggio è l’albero più comune, anzi, quando si pensa  all’Antica Foresta, è proprio il Faggio il suo rappresentante. 

Lo avevano scoperto anche i veneziani della Serenissima che dall’inizio del 1440 in poi, e per tutta la durata della Repubblica, cioè fino al 1797 quando fu dichiarata decaduta ad opera del “liberatore” Napoleone (che infatti ci ha liberato da molte ricchezze e da un gran numero di opere d’arte, portandosele via), considerarono quella del Cansiglio una delle foreste più importanti in assoluto. Un foresta al servizio soprattutto dell’Arsenal, in quei secoli la fabbrica più grande del mondo, là dove è stata inventata la catena di montaggio, poiché vi si costruivano le galee, in breve tempo, usando parti e armamenti già pronti. 

La galea è stata lo strumento principale che fece diventare Venezia una delle maggiori potenze europee e non una semplice repubblica marinara, come è stata poi svilita nei sussidiari scolastici. Da che cosa erano mosse le innumerevoli galee veneziane? Dalla forza delle braccia dei galeotti, detti anchebona voia”, impegnati a tirare i lunghi remi fabbricati in faggio e, per una buona parte e per molti secoli, faggi del Cansiglio. Ecco perché nelle vecchie carte geografiche veneziane il Cansiglio era nominato come Gran Bosco da Reme. 

 

Nella epocale battaglia navale di Lepanto tra le navi della Lega Santa e quelle dell’impero turco del 7 ottobre 1571, importante per le sorti dell’intera  Europa, furono determinanti le grandi galeazze veneziane, l’arma segreta della Serenissima poichè potevano sparare con molti cannoni contemporaneamente senza rovesciarsi. I lunghi remi di quelle corazzate ante litteram erano tratti dagli imponenti faggi del Cansiglio. La foresta attuale purtroppo non possiede più quegli enormi faggi, alti anche 50 metri e vecchi di qualche centinaio di anni esistenti nei secoli passati. In futuro si spera di riuscire a convincere i gestori di questo grande e importante patrimoni forestale a tornare alla lungimiranza della Serenissima, pensando di più ai valori storici ed ecologici e un po’ meno a quelli economici.  

Tra i boscaioli del Cansiglio si diceva una volta che “l’faghèr l’è come l’porzèl, no se buta via gnent” ed infatti se i veneziani ne ricavavano remi, i Cimbri scatoleri venuti dall’altopiano di Asiago, usavano il faggio per farne contenitori, i brent, oppure setacci, i tamisi . Con i rami rimasti i carboner costruivano dei grandi mucchi regolari da far bruciare lentamente, solo con la brace, la bronza, ma senza fiamma, per ottenere il prezioso carbone per scaldare le case di città (in campagna e in montagna si usava e ancora si usa la legna stagionata) ma  anche per fondere i metalli o a Venezia il vetro.

Il nome del Faggio, che deriva dal greco phagein e dal latino fagus, ci dice che da questa pianta si ricavava anche del cibo. Infatti il nostro albero, non tutti gli anni ma ad intervalli più o meno regolari, produce una enorme quantità di semi detti “faggiole” che, con una pazienza infinita per toglierli da un guscio coriaceo, possono essere macinati per farne farina o spremuti per ottenerne un olio una volta considerato uno tra i migliori. Sono mangiabili  anche le foglie, crude se fresche o nelle zuppe se più mature.

Abbiamo dimenticato e rimosso i lunghi secoli della fame e che per le tantissime generazioni che sono sopravvissute a stento gli alberi principali per sfamarsi, animali compresi, sono stati il castagno per le castagne, la quercia per le ghiande e il faggio per farina ed olio. 

Il Faggio compare col nome di beech anche nei 38 fiori del dott. Bach, e la sua particolare energia è usato come riequilibratrice delle chiusure mentali, dell’eccesso di giudizio, di rigidità ed intolleranza. 

Infine il Faggio nasconde nel suo nome anche una storia importante che ben pochi  conoscono. Il suo nome nel tedesco antico era bouche, da cui derivò buchstabe, cioè “lettera dell’alfabeto” ma anche “ramo di Faggio”, su cui forse si incidevano anticamente le rune celtiche come si faceva anche con la Betulla, passando poi a scrivere su tavolette di Faggio. Il tedesco bouche divenne buch, “libro”, così come l’anglosassone bock (Faggio) che si trasformò in book, “libro” nell’inglese moderno.

Da molti anni accompagno gruppi in visita al Cansiglio: ho iniziato oltre 40 anni fa con i ragazzi delle scuole e nel mentre sono anche diventato Guida Naturalistica. Da un po’ di anni a questa parte ho capito che durante un’escursione in foresta si può andare più in là della sola descrizione naturalistica o anche storica. Tale esperienza può essere una preziosa occasione per risintonizzarsi con le energie della Natura, in quanto permette di riequilibrarsi almeno per un po’ con una situazione, quella della foresta, che dovrebbe essere normale ed invece per la maggior parte di noi la normalità della vita è una condizione innaturale che non ci aiuta a stare bene fisicamente e mentalmente. 

Quando accompagno premetto sempre che non sono un terapeuta ma solo un accompagnatore perché in un bosco i veri terapeuti sono gli alberi. Non basta a mio avviso la spiegazione scientifica per cui gli alberi emettono sostanze chimiche che ci fanno bene (come ad esempio le resine, gli olii essenziali e i terpeni), penso che ci voglia altro che degli aromi per riequilibrare le funzioni vitali, calare l’ansia, farci provare il senso di benessere, rilassarci, sensazioni che possiamo provare quando percorriamo un’area forestale. 

Gli alberi sono esseri viventi e quindi in qualche modo senzienti, cioè avvertono la nostra presenza e io credo che interagiscano con noi facendoci dei doni: ecco perché poi ci sentiamo meglio! Lo so che per ora questo non è dimostrabile scientificamente e anche se lo fosse gli esperti rimarrebbero ugualmente scettici, ma io credo che in futuro saremo capaci di misurare con opportuni strumenti quanto gli alberi ci facciano bene. Vi lascio con una provocazione: davanti a tutti questi regali che riceviamo dagli alberi, ne siamo coscienti e riconoscenti?

 

Per concludere, condividiamo uno poesia di Pierfranco Uliana.

Per un faggio
Di Pierfranco Uliana

Abito accanto a voi come un albero
di faggio, luminoso di giorno, cupo di sera, 
raccolgo la voce del vento per restituirvela
nelle mille forme dei miei rami e foglie, 
eppur io so del silenzio 
quando preme il sole o la neve, e vi guardo 
andare e venire, e ascolto il respiro 
vostro, la vostra voce che dice 
di pensieri e preoccupazioni, sento anche il vostro  
tacere, nel peso del dolore, vi do 
tutto quello che ho, delle allodole in amore 
i versi tradotti, anche morendo 
non vi lascio che un buco sordo nella selva 
che chiamerete cielo di luce… e radura.

Articolo a cura di Toio de Savorgniani

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