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Aquilegia

L’Aquilegia è una pianta erbacea che appartiene alla famiglia delle Ranunculacee e che produce un bel fiore dalle forme molto particolari, tanto attraenti esteticamente ed eleganti che la ritroviamo in molti dipinti del Rinascimento, compreso nelle opere di Leonardo Da Vinci.

Non venne però considerata curativa né dalla medicina classica né da quella medioevale. Anche il suo nome sembra prestarsi a parecchie interpretazioni: c’è chi propone che derivi da aqa legus, cioè che trattiene l’acqua, per la strana forma a calice dei suoi petali, chi invece lo fa derivare da aquilegium, nome di un contenitore di liquidi, chi da aquila poiché i suoi petali imbutiformi ma uncinati alla fine ne ricorderebbero gli artigli. Un’altra versione riporta il nome popolare di amor nascosto o, meno frequentemente, amore in collera, poiché essendo il nettare racchiuso nel fondo dello sperone ricurvo, costringe l’ape o l’insetto impollinatore a penetrare in profondità e anche a lacerare il fiore. Per questa strana simbologia, frutto forse più di fantasie umane che di realtà, all’Aquilegia vennero attribuite spiccate virtù afrodisiache. Venne anche usata, senza grande fortuna, come pianta medicinale, attribuendogli doti di efficace antiveleno, per curare fegato e bile, nonché per curare le cefalee. In realtà l’Aquilegia contiene dei componenti in grado di trasformarsi nel tossico acido cianidrico che inibisce il trasporto di ossigeno da parte del sangue, provocando stordimento, nausea e cefalea, arrivando anche, in caso di dosi elevate o assunzione in tempi lunghi, a danneggiare il cuore ed il cervello. Quindi è una pianta da osservare, ammirare, coltivare nei giardini per la sua bellezza e i vividi colori, ma da non utilizzare per usi medicinali o alimentari.

dettaglio pianta di aquilegia in fiore

Tutto il genere Aquilegia è protetto nella maggior parte delle regioni d’Italia, Veneto compreso, quindi la raccolta di ogni sua parte, anche i soli fiori, è vietata. Ad ogni pianta è stato assegnato un nome e un cognome: il cognome si riferisce al genere e il nome alla specie, così il genere Aquilegia conta nel mondo oltre 130 specie.

L’Aquilegia vulgaris è reperibile nell’ambiente collinare ma anche in quello alpino fino a quasi 2000 metri di quota, mentre l’Aquilegia alpina dai fiori color viola scuro è un po’ più spostata verso l’ambiente alpino, tra i 1000 e gli oltre 2000 metri, assieme all’Aquilegia atrata con i fiori rosso bordeaux.
Aquilegia viola in fiore in paesaggio alpino

Ha avuto anche la fama di “erba delle streghe” che probabilmente la ricercavano e avevano imparato a utilizzarla proprio per le sue caratteristiche di provocare narcosi, stordimento e quindi alterazione della percezione, forse associata ad altre piante, perlopiù velenose, quali la Belladonna, lo Stramonio e il Giusquamo, tutte piante parecchio velenose e mortali. Ma le streghe non usavano scrivere trattati né di magia né di farmacopea, quindi i segreti del suo uso sono stati dimenticati e si sono persi. Inoltre andrebbe fatta una doverosa puntualizzazione sul termine streghe, a cui viene data solitamente una connotazione negativa e dare della strega a una donna è un’offesa, non certo un complimento. Forse la definizione più giusta è quella di donne di medicina  in quanto a livello popolare a esse si rivolgevano gli abitanti dei villaggi rurali o di montagna che di certo non potevano permettersi un medico costoso, così come potevano fare i ricchi e i nobili. E queste donne di medicina erano le depositarie di una cultura antichissima, che affondava le radici addirittura nella preistoria. Avevano però alcuni gravi difetti, questo almeno agli occhi di chi deteneva il potere e cioè non erano figure consacrate, cioè non suore e non monache, quindi i loro poteri di guarigione, così si diceva, dovevano per forza venire dal demonio o da altre creature infernali e non erano maschi, pertanto non potevano esercitare la professione medica. Erano quindi perseguitate sia dalla Chiesa che le incarcerava, le torturava e le consegnava al potere laico che, con l’approvazione delle corporazioni dei medici, le puniva severamente e, se recidive, le metteva al rogo. Perciò sono delle figure che andrebbero pienamente riabilitate, riconoscendo la loro funzione sociale di custodi della salute popolare, anche a costo della loro stessa vita.       

Articolo a cura di Toio de Savorgnani

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