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Colchico autunnale

Il Colchico autunnale è una pianta appartenente alla famiglia delle Liliacee che compare in prati e radure che stanno ingiallendo o ai bordi dei boschi nel periodo autunnale, quando l’energie dell’estate sta diminuendo e tutta la vegetazione si sta preparando all’inverno che sta arrivando. Ma il Colchico è un po’ particolare poiché proprio in questo periodo di preparazione alla quiescenza sfoggia dei fiori colorati e appariscenti che contrastano con lo spirito autunnale che  sta dominando. Questa sua fioritura avviene durante il periodo in cui si festeggia S. Michele per cui vengono chiamati anche Michelini, o Settembrini (nome popolare dato anche ad altre piante del periodo), Fiori del Freddo e Fiore d’Inverno. Ma non è la sua unica particolarità: anche il suo nome scientifico richiama leggende e singolarità che è meglio conoscere. Prima di tutto il nome di Colchico rimanda all’antica Colchide, in Asia Minore, nell’attuale Georgia, che era ritenuto il regno della magia e dei veleni e dove era vissuta la principessa Medea, maga e avvelenatrice, protagonista di un ciclo di tragedie del greco Euripide.

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È un’erbacea perenne con bulbi situati nel terreno in profondità (10-15 centimetri),  ai quali sono attaccate delle gemme sotterranee che annualmente producono nuovi fusti, fiori e foglie. I fusti partono direttamente dai bulbi così che i fiori, alti fino a 25 centimetri, sembrano senza fusto poiché rimane nascosto sottoterra. Durante l’inverno tutta la parte aerea della pianta si secca e si manifesta alla primavera successiva con delle capsule allungate e delle foglie larghe anche 7-8 centimetri e lunghe fino a 25 cm.

Inoltre è meglio specificare da subito che il Colchico è molto velenoso, anzi, mortale. Non solo è pericoloso ma è anche simile a una specie completamente diversa e anche molto ricercata in cucina. Infatti capita che il Colchico venga confuso con il Crocus, o il sativus, cioè il prezioso zafferano, o anche il vernus, cioè lo zafferano selvatico, pianta alpina. Ma il Crocus sativus, cioè lo zafferano vero e proprio o il vernus (che in italiano sembrerebbe riferirsi all’inverno e invece deriva dal latino, ver-veris e quindi “primavera”, da cui ha avuto origine il nostro termine dialettale verta)  che in montagna è segno della fine dell’inverno, spuntano e fioriscono in primavera. Mentre il Colchico, come rimarca la specie, è autunnale, la sua comparsa è il segnale di arrivo dell’autunno.

Ma dal Crocus sativus si ricava lo zafferano che si ottiene dalla polverina di colore giallo intenso che si trova, in piccolissime quantità, sui pistilli. Questa polverina è molto preziosa: sono necessari moltissimi fiori per ricavarne una piccola quantità, circa 150 fiori per un grammo di zafferano. Quella polverina nei secoli passati era usata dai vetrai per ottenere il colore giallo intenso e, pur essendo una pianta di origine esotica, ha dato vita a un piatto famoso della tradizione milanese, il risotto allo zafferano. Durante l’edificazione del duomo di Milano era all’opera l’artista del vetro belga Valerio di Fiandra che, nel 1574, per il compleanno della figlia, aggiunse all’allora ricetta del risotto bianco alla milanese, cotto col burro, anche i pistilli di zafferano, che si usavano per dare il colore giallo intenso alle vetrate, per dare il senso dell’oro. La nuova ricetta ebbe così successo che divenne un piatto tipico milanese che dura anche ai giorni nostri. Il nome stesso di zafferano deriva però dalla parola orientale zafran, ingrediente utilizzato fin dall’antichità nella cucina araba ed ebraica. Anche in questo caso si può citare l’ironica definizione che “spesso diventa tradizione un’ innovazione o una nuova scoperta che hanno avuto successo”.

Per distinguere le due piante, pur apparentemente così simili, basta tener presente che il Colchico fiorisce in autunno, a volte anche a fine agosto (più spesso alla fine dell’estate e in autunno) ed è questo il segnale più evidente che si tratta di due piante completamente differenti. Il Crocus infatti, sia vernus che sativus, fiorisce in primavera, mentre se lo si vede fiorire da fine estate all’autunno è di sicuro il Colchico che contiene la colchicina, veleno mortale anche a piccole dosi per gli umani sprovveduti che scambiano le due piante e pensano di prepararsi un bel risotto allo zafferano ma invece firmano la loro condanna. Dopo poche ore, al massimo il giorno dopo, cominciano forti dolori di stomaco, diarrea, crampi con emorragie interne e infine la morte. Quasi ogni anni si riportano casi di avvelenamento da Colchico, che se scoperto in tempo, può essere risolto, lasciando però degli strascichi spiacevoli. La colchicina è un veleno talmente forte che riesce a bloccare la divisione cellulare (meiosi), una caratteristica che noi umani abbiamo saputo sfruttare a nostro vantaggio in agricoltura. Infatti, se si trattano delle cellule animali, con la colchicina se ne provoca la morte, mentre se lo si fa con cellule vegetali durante la fase riproduttiva ciò provoca il raddoppio dei cromosomi con risultati notevoli. Infatti il blocco della divisione cellulare e il raddoppio dei cromosomi portano all’aumento delle dimensioni: ecco come si ottengono ad esempio i pomodori giganti, oppure nuove varietà di verdure con caratteristiche ritenute migliorative rispetto agli organismi di partenza.
Ma non è finita qui: la colchicina è il componente fondamentale di farmaci che curano la gotta, i dolori acuti, artrosi, artriti e anche alcuni problemi cardiovascolari. Quindi va rivista la nostra valutazione di pianta pericolosa e la definizione di ciò che è velenoso, cioè quello che è mortale in una certa forma in altra dose diventa medicina che può migliorare ma anche salvare la vita.

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Un’altra considerazione che si può fare e che noi tendiamo a dividere tutto ciò che ci circonda in utile o dannoso per noi stessi, cioè siamo ancora dipendenti da una visione antropocentrica per cui tutto, sulla Terra, dovrebbe essere al servizio dell’umano, mentre dovremmo prima di tutto riconoscere che tutto ciò che esiste ha un suo senso e motivo indipendente da noi, anche se noi non riusciamo a capirlo. Tutti gli elementi che compongono i regni minerale, vegetale e animale (suddivisione fittizia e grossolana fatta da noi, a nostro giudizio e uso) hanno una loro dignità e il diritto a esistere che noi umani dovremmo riconoscere, provando anche rispetto e riconoscenza.
E invece ci comportiamo come se tutta la materia che ci circonda, vivente e non vivente, esistesse solo per noi e con la possibilità, anzi il diritto di origine “divina”, di utilizzarla a nostro piacimento e senza limiti. Forse dovremmo avere il coraggio di cambiare prospettiva per arrivare a capire che siamo una parte del tutto e che, nel grande coro della Vita — potremmo dargli anche la definizione di Creato — noi umani dobbiamo inserirci con umiltà e rispetto verso un grande mistero che riusciamo solo a intuire ma non a capire, ma che stiamo distruggendo velocemente e con grande incoscienza. Soprattutto per il mondo vegetale stiamo solo ora scoprendo una complessità e un livello evolutivo che finora ci era sconosciuto. Infatti anche nel mondo della scienza e della ricerca qualcuno (come il prof. Stefano Mancuso o la ricercatrice Monica Gagliano) sta proponendo, dimostrandolo anche con prove scientifiche, che con le piante si può comunicare e che loro possono darci informazioni preziose, aiutandoci sia a guarire che a scoprire quello che ancora ignoriamo.

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Per arrivare a capire che quelle che per noi sono recenti e straordinarie scoperte (che fino a poco tempo fa abbiamo deriso o considerate frutto di ignoranza o superstizione) erano note e messe in pratica da curandere e curanderi amazzonici, native e nativi americani o sciamane o sciamani mongoli  e siberiani già da migliaia di anni. Ma anche nelle nostre campagne e montagne nelle comunità locali operavano donne e uomini che conoscevano le erbe per curare, gli incantesimi e altre pratiche magiche e le segnature, per aiutare contadini e montanari che non potevano permettersi di pagare un medico costoso e di cui si fidavano di meno che dei loro paesani che vedevano all’opera e di cui conoscevano le abilità. Persone generose che si prendevano cura delle loro comunità, anche senza chiedere nulla in cambio, anime generose che sono state criminalizzate, accusate di stregoneria e magia nera, processate, torturate, imprigionate e  anche bruciate sui roghi dell’inquisizione. Ma erano depositarie di tradizioni millenarie, che venivano tramandate oralmente e direttamente di generazione in generazione. Noi moderni ed “evoluti”occidentali invece abbiamo perso per strada quelle antiche conoscenze e solo da poco cominciamo a capire a quale patrimonio abbiamo rinunciato dopo aver perseguitato, imprigionato, torturato e bruciato per secoli donne e uomini che dedicavano la loro vita alla guarigione. 

Ora invece stiamo cominciando a capire che, pur con tutta la nostra tecnologia, i selvaggi forse siamo noi. Riusciremo a capirlo? E saremo capaci di recuperare almeno in parte quelle antiche conoscenze?
Intanto approfittiamo di questo periodo di passaggio dalle ultime e sempre più attenuate manifestazioni d’estate fino all’arrivo dei giorni più freschi e già un po’ freddi in quota, per  ammirare questi fiori di color rosa sfumato, simbolo delle trasformazioni ma anche della bellezza che può essere contemporaneamente cura o veleno.

Articolo a cura di Toio de Savorgnani

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