Pulmonaria officinalis
La Polmonaria (Pulmonaria officinalis) è una pianta che appartiene alla famiglia delle Boraginacee, abbastanza comune in tutto l’arco alpino e prealpino e meno frequente sull’Appennino, dalle quote più basse fino a 1500 metri circa. La si trova nei boschi di latifoglie, in luoghi ombrosi e umidi, fiorisce tra marzo e maggio. È chiamata anche Borragine selvatica e Salvia di Gerusalemme. Alta da 20 a 40 centimetri circa, si nota una marcata evidenza, sia sul fusto che sulle foglie di forma acuta, di macchie biancastre. Le radici, che bisognerebbe estrarle dal terreno per rendere visibile questa caratteristica, assomigliano alle ramificazioni presenti nell’apparato polmonare umano. Le stesse foglie, con macchie chiare simili a polmoni malati di tubercolosi, fecero ritenere ai medici del passato sostenitori della teoria delle segnature (o signature), che questa pianta avesse il potere di curare le malattie respiratorie e polmonari, comprese le più gravi, quali appunto la tubercolosi. Questa convinzione è presente anche nel nome, da pulmo, pulmonis, polmone e officinalis, i laboratori medioevali nei quali venivano trattate le piante per trasformarle in medicamenti. Questa capacità della Polmonaria di curare le malattie respiratorie è stata stranamente messa in dubbio da autorevoli studiosi del passato, anche da quelli che sostenevano e applicavano la teoria delle segnature, uno fra tutti il famosissimo medico e Botanico Andrea Mattioli (1501 – 1578), uno dei più famosi e prolifici della sua epoca. Ma la Polmonaria è una di quelle piante che vengono ancora oggi usate per la cura dei malesseri dell’apparato respiratorio, confermando per l’ennesima volta la stranezza (per noi moderni occidentali) e l’inspiegabilità della corrispondenza tra la forma delle piante e gli organi o apparati umani.


Le foglie della Polmonaria contengono sostanze espettoranti, emollienti, diuretiche e antinfiammatorie, come mucillaggini, acido tannico, silicio, e molte altre. A questo si aggiunge un alto contenuto in vitamina C, nonché carotene e manganese, quindi un ottimo metodo per affrontare bronchiti e raffreddori, anche se nessun medico moderno si sognerebbe di consigliarla per la cura della tubercolosi, ma per problemi più lievi, cioè i cosiddetti mali di stagione è ancora usata.
La Pulmonaria presenta una singolare strategia per avvisare gli insetti impollinatori: quando non è stata ancora impollinata il colore dei suoi fiori è tra l’azzurro e il violetto, mentre a fecondazione avvenuta il colore cambia in un rosa più o meno intenso, aiutando così gli insetti a non sprecare energia con degli sforzi inutili. Ma non basta: per favorire al massimo l’impollinazione questa pianta riesce a produrre tre tipi di fiori diversi, che presentano ben 18 possibilità diverse di impollinazione per accontentare più insetti possibile. Non è questa una dimostrazione che ci fa pensare a una qualche forma di intelligenza del mondo vegetale che noi non abbiamo ancora scoperto? Come si fa a pensare che la sola evoluzione possa far arrivare un vivente a un tale livello di raffinatezza? Forse dovremmo chiederlo ad un curandero amazzonico, ad uno sciamano della foresta depositario di una cultura molto più vecchia di tutta la nostra conoscenza medico scientifica, e forse lui riuscirebbe a darci una risposta.

Vale la pena di spendere qualche parola su una pratica di guarigione del passato che, curiosamente, porta lo stesso nome della teoria della corrispondenza tra la forma delle piante e il corpo umano. Cioè esiste un altro tipo di segnature che era un modo di curare molto usato nel passato. Fino a poche decine di anni in ogni paese c’era qualcuno che guariva con le segnature: consisteva nel trattare il malato con preghiere, formule magiche e gesti, ovviamente qualcosa di molto più vicino a quella che noi oggi chiamiamo, impropriamente, magia o stregoneria. Oltre all’uso delle piante, era la pratica di guarigione più diffusa a livello popolare poiché i segnatori, così erano chiamati, erano persone del popolo, che non chiedevano le parcelle onerose dei medici che solo i ricchi potevano permettersi, ma la loro regola era “nulla chiedere e nulla rifiutare”, quindi tutto ciò che era corrisposto era ben accetto, anche se il guarito da una malattia grave o da un incidente poteva dare solo qualche uovo, un po’ di verdura o un pollo. La trasmissione delle segnature poteva avvenire solo per passaggio diretto delle conoscenze e delle formule, trasmesse esclusivamente la notte santa di Natale. Il segnatore curava cioè “segnava” il malato con delle piccole croci fatte con le dita o con un anello d’oro, usando anche dell’olio benedetto, recitando il Pater, Ave e Gloria (il Padre Nostro, l’Ave Maria ed il Gloria al Padre) e poi mormorando delle formule specifiche per ogni tipo di disagio, che però doveva tenere segrete e rivelare solo a chi, iniziato la notte di Natale, avrebbe continuato l’opera del segnatore.
Risulta difficile pensare che i segnatori non riuscissero a risolvere i problemi di chi si rivolgeva a loro, semplicemente perché i nostri antenati contadini e montanari, poveri ma molto pratici e diretti, non avrebbero perso tempo con guaritori disonesti o millantatori. Invece in ogni paese vi erano segnatori che spesso sapevano usare anche le piante, vivevano normalmente facendo i contadini, allevatori e artigiani, ma avendo “ricevuto il dono” accettavano di aiutare chi ne aveva bisogno. Sebbene nelle loro guarigioni recitassero le preghiere della tradizione cattolica, la Chiesa ufficiale rifiutava e condannava le segnature poiché le considerava opera del demonio. Infatti non si negava che avvenissero davvero le guarigioni, ma che siccome i segnatori non erano religiosi ufficiali, preti o parroci (e nemmeno appartenenti alla ricca casta dei medici) il loro potere non poteva che venire a opera del demonio. Così molti segnatori, forse moltissimi e soprattutto donne, sono stati processati dall’Inquisizione e, se recidivi, anche bruciati. Ma molti parroci, quelli delle zone più isolate, conoscevano bene i loro parrocchiani, li vedevano alle messe, ne conoscevano la vita, potevano avere testimonianza diretta delle guarigioni li accettavano senza condannarli o denunciarli e convivevano con essi.

In ogni caso i segnatori, che curavano anche gli animali (vacche, cavalli..) erano una preziosa risorsa per le comunità rurali e svolgevano una funzione molto importante, non sapevano perché e come avvenissero le guarigioni ma vedevano che il metodo funzionava, soprattutto lo constatavano i loro pazienti che sapevano di poter contare sul prezioso aiuto dei segnatori, che quindi non consideravano come emissari del male ma come un dono divino per alleviare almeno in parte i disagi di una vita molto dura e difficile.
In poche decine di anni e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con la perdita della cultura rurale, con l’abbandono della montagna e la modernizzazione dell’agricoltura, nonché con la possibilità di accedere, più o meno a tutti, alla medicina moderna, la misteriosa pratica delle segnature è quasi del tutto sparita e i segnatori non hanno più trovato chi accettasse di ricevere il dono la notte di Natale per continuare la tradizione.
Articolo a cura di Toio de Savorgnani
