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Peonia Selvatica

Sulle nostre colline e fino a circa 1800 metri di quota, quindi in ambiente già alpino, soprattutto su terreni aridi e anche sassosi, preferibilmente calcarei, si può incontrare una pianta perlopiù solitaria o a gruppi con pochi esemplari. A forma di piccolo cespuglio, alta fino a 60 centimetri, che tra maggio e giugno presenta degli appariscenti fiori pieni di petali dal colore tra il rosso vivo e il rosa intenso e che si distingue nettamente: è la Peonia selvatica (Paeonia officinalis).

Nella Grecia antica era molto nota, tenuta in grande considerazione poiché era “il medicamento degli Dei”, infatti il suo nome deriva dal mitico e magico Peone, probabilmente un dio minore che svolgeva il compito di medico degli dei dell’Olimpo e sarebbe stato lui, secondo la leggenda, a creare questa pianta apposta per curare le ferite. Infatti usò le sue radici per salvare Plutone da una ferita provocatagli da Ercole. Nella mitologia anche Marte la usava per guarire le ferite che, essendo lui il Dio della guerra, dovevano essere numerose.

Quindi una pianta ben nota da millenni, a cui venivano attribuite qualità quasi miracolose, quali la sua capacità di curare l’epilessia semplicemente portando al collo una collana fatta di pezzi di radice. Attorno all’anno 1000, la Scuola medica Salernitana confermò le caratteristiche antiepilettiche della Peonia bevendone un preparato a base di radice cotta nel vino. Nel 1300 era usata per lenire il dolore della sciatica.

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Anche i medici che operavano secondo la teoria delle segnature crederono di vedere nel fiore di Peonia la forma della testa umana e nel colore rosso acceso il segno del fulmine nel momento della sua manifestazione, e siccome nel passato si riteneva che l’epilessia fosse causata da una specie di scarica elettrica, un fulmine appunto che colpiva il cervello, usavano questa pianta per curarla e sembra con successo. Nelle sue radici a tubero la Peonia contiene sostanze molto attive come antidolorifici, antispasmodici e miorilassanti, ecco perché con essa si curava la sciatica ma anche coliti, spasmi intestinali e mestruazioni dolorose. Veniva usata anche per i problemi respiratori, per la tosse e la pertosse infantile.

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In Giappone la Peonia, nelle varietà asiatiche che sono quelle che noi piantiamo nei nostri giardini e risultano più appariscenti della nostra selvatica, è uno dei fiori più amati e più rappresentati nell’arte, tanto da essere chiamata “la Regina dei Fiori”. È considerata il preannuncio della primavera e, tra i molti significati simbolici, incarna l’ideale di bellezza femminile, dell’eleganza e anche della nobiltà d’animo. Il fiore rosso è un simbolo d’amore sia come passione giovanile che come augurio di una lunga vita coniugale. Viene associata pure all’abbondanza e alla fortuna così come al coraggio e alla forza, per cui viene spesso scelta per i tatuaggi di protezione. Siccome una leggenda giapponese tramanda che dove il Buddha bambino posava i piedi nascevano miracolosamente dei fiori di Peonia, per quella cultura è divenuta simbolo di dolcezza. Essendo considerato il fiore dell’immortalità, viene regalata anche per augurare una lunga e prospera vita.

La Peonia a fiore bianco è invece sinonimo di timidezza, venendo usata come dono e consiglio, ma anche come augurio per superare l’iniziale ritrosia nei rapporti amorosi che stanno iniziando. In Cina la Peonia è auspicio di ricchezza e nobiltà. A fiori gialli è un segno di sincerità e amicizia.

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Merita una riflessione il fatto che una pianta così nota nell’antichità, tanto efficace da essere considerata una delle medicine più importanti degli antichi dei dell’Olimpo greco, così potente da essere usata nei secoli passati per curare un male misterioso e grave come l’epilessia, oppure così carica di significati simbolici per la cultura orientale, da noi distratti moderni sia stata pressoché dimenticata e ritenuta al più meritevole di un veloce complimento quando la si incontra in natura. Saremo capaci da qui in poi di riscoprire il valore di questi importanti e meravigliosi doni della Natura?

Articolo a cura di Toio de Savorgnani

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